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Orizzontale e Verticale – Produttori del Barbaresco (parte prima)

 

Rara ed imperdibile occasione quella offerta dalla sezione bergamasca dell’ONAV, che in una sola serata ha proposto un banco d’assaggio in grado di spaziare tra le eccellenze di una tra le cantine più ricche di storia del Piemonte. Curatore degli assaggi, in una batteria davvero interessante, Vito Intini, pro presidente ONAV. Ospite della serata, in rappresentanza della Cantina dei Produttori, il direttore generale Aldo Vacca.

Già dalle note storiche introduttive, esposte appassionatamente da Aldo Vacca, ci si rende conto dell’importanza storica e culturale di questo prodotto che si colloca stabilmente ai vertici dell’enologia italiana ed internazionale.

Il Barbaresco “nasce” nel 1894, grazie alla lungimiranza di Domizio Cavazza che, convinto del potenziale di questo territorio, dopo aver acquistato il castello di Barbaresco ed aver fondato nel 1988 una tra le prime scuole enologiche, decise di approfondire il legame con questa terra fondando una vera e propria cantina sociale.

Cavazza, dopo essersi dedicato per anni alla formazione dei coltivatori, mediante cattedre di agricoltura itineranti capaci di diffondere le nuove tecniche agrarie e la cultura dell’efficienza e del rispetto del territorio, riunì 9 produttori locali, convincendoli a portare le uve Nebbiolo dei loro vigneti presso la sua cantina: iniziò così la produzione del Barbaresco.

Purtroppo le crisi e le gravi vicende storiche dell’epoca portarono alla chiusura della cantina sociale negli anni ‘20: la realtà emergente di Barbaresco rimase per lunghi anni confinata alla solida famiglia Gaja, unico produttore in grado di emergere negli anni ‘20 e ‘30, con la creazione di un marchio e di una filosofia che il mondo intero ancora oggi ci invidia. Ma questa è un’altra storia…

Nel 1958 don Fiorino Marengo, parroco di Barbaresco, decise di ripercorrere le orme del Cavazza: dalla riunione di 19 produttori nacque la Cantina dei Produttori del Barbaresco. Le intenzioni erano quelle di creare un legame solido tra i piccoli produttori, i quali ricevevano (e ricevono tuttora) gratificanti riconoscimenti per il loro lavoro (pagamento delle uve in base alla qualità e redistribuzione proporzionale degli utili), in cambio della fedeltà nei confronti della cantina sociale, unica destinataria delle uve Nebbiolo raccolte.

La realtà odierna può contare sull’apporto di 56 membri, per un estensione di oltre 100 ettari di vigneti a Nebbiolo. Una simile copertura territoriale consente, nelle annate migliori, la produzione di Barbaresco differente in base ai differenti cru, offrendo la possibilità di cogliere le differenze gustative che i vari terreni donano alla materia prima (per i più curiosi proponiamo l’apprezzabile lavoro di Alessandro Masnaghetti di ENOGEA, che ha ricostruito la mappa delle vigne di Barbaresco).

 

 

Mauri

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